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Dopo tanta attesa, arriva da Codemasters uno sparatutto basato su una modifica di Unreal Tournament 2004. Il tempo avrà aiutato a migliorare sempre di più il gioco? Scopriamolo assieme in questa recensione di Damnation.
Il mondo dei videogiochi è pieno zeppo di titoli che sono stati pubblicizzati come dei capolavori e giochi rivoluzionari parecchi mesi prima della loro uscita, e purtroppo una volta giunti sul mercato si sono rivelati dei titoli di scarso valore sotto ogni punto di vista. E’ il cosiddetto effetto boomerang generato dall’hype, che in gergo significa la grande attesa che viene creata nei giocatori da parte degli esperti di marketing di una software house. Troppo hype fa male, e la triste sorte di gioco malriuscito stavolta è toccata a Damnation, oggetto di questa recensione.
Attenti all’hype!
L’introduzione dell’articolo che state leggendo è servita per dare una spiegazione semplice e veloce su una “bestia” del mondo dei videogiochi, ovvero l’hype. Creare tanta attesa può sì aiutare le vendite, ma solo se il prodotto finale rispetta le varie promesse degli sviluppatori durante tutto il processo di produzione del gioco. Damnation, nato da una versione modificata di Unreal Tournament 2004, era stato presentato come il gioco in terza persona che avrebbe rivoluzionato il genere degli sparatutto, offrendo uno stile di gioco simile ai giochi platform (come Super Mario Bros) e uno sviluppo verticale dei livelli. A seguito di tali dichiarazioni, i giocatori di tutto il mondo si sono illusi, e purtroppo quando il gioco è finalmente arrivato sugli scaffali di tutti i negozi, si è avuta la conferma del suo effettivo valore.
La guerra che non è mai finita
La trama di Damnation è basata sul fatto che la guerra civile americana non è mai terminata e continua ancora nel ventunesimo secolo. In uno scenario dove l’America è divisa a metà per causa della guerra e un tiranno miliardario cerca di imporsi con la forza sugli abitanti delle città, ci sono dei gruppi di ribelli che vogliono impedire tutto ciò e porre finalmente la parola “Fine” alla guerra. Il protagonista, tale Hamilton Rourke, è uno dei capi dei ribelli, e nel corso dei vari livelli il giocatore dovrà portarlo alla vittoria, sconfiggendo il tiranno e terminando così il lungo conflitto armato. La trama, di tipico stampo fantasy e futuristico, purtroppo risente di una scarsa cura nella narrazione, portando così il giocatore ad affrontare degli eventi troppo scontati. Inoltre anche i personaggi che si incontreranno nel corso del gioco sono stereotipati al massimo, come il classico palestrato che non vede l’ora di distruggere tutto ciò che lo circonda, oppure la maggiorata che in abiti succinti si muove in una zona di guerra. Come se non bastasse, l’intelligenza artificiale dei compagni e dei nemici è stata programmata davvero male, e molte volte capiterà di uccidere i nemici con troppa facilità, perdere i propri compagni perché persi nell’area precedente oppure bloccati tra le macerie di un livello, impedendo così il corretto proseguimento dell’azione.
Atmosfera steampunk?
Gli sviluppatori del gioco considerano il mondo di Damnation dotato di un’atmosfera steampunk unica, ma la realtà è che i livelli esplorabili sono così tanto simili tra di loro che più volte capiterà al giocatore di attraversare degli scenari già visti in passato. I vari edifici sono stati realizzati in maniera fin troppo superficiale, caratterizzati da scarsi dettagli e poca ispirazione artistica. La stessa poca cura è stata posta nella giocabilità, priva di tutti gli elementi che avrebbero dovuto rendere Damnation una rivoluzione nel mondo degli sparatutto. Qualche esempio? Le fasi platform sono poche e banali, il sistema di mira e movimento è snervante e non è presente alcuna novità interessante nel sistema di gioco rispetto ad altri titoli del genere. Per completare il tutto, il comparto tecnico non è affatto all’altezza delle produzioni odierne, e soltanto le sezioni alla guida di veicoli riescono a donare un po’ di divertimento al giocatore.
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